Fratelli è possibile

 
 

Ecco la relazione del Ministro Nazionale all’assemblea regionale di Loreto 2014. La tematica che mi avete proposto di approfondire e che insieme ora ci proponiamo di condividere, può costituire un’affermazione: espressione cioè di chi è pienamente convinto della sua realizzazione; oppure un interrogativo: espressione cioè di chi si chiede se davvero sia possibile realizzare quella dimensione di fraternità universale di cui parliamo spesso (in teoria). Tra le due posizioni c’è molta differenza e molto da dire…

 Iniziamo da qui:

Qual è il contrario di fratelli o di fraternità?

Fratelli: non ho trovato quasi nulla, molti dizionari on-line non hanno il contrario di questa parola; solo alcuni scrivono: nemico

Fraternità: come sopra; solo alcuni scrivono: inimicizia

Pur senza voler estremizzare i termini e il senso di queste risposte, potremo affermare che il contrario di fratello o fraternità è dato dall’assenza di relazioni, incomunicabilità, impossibilità di vivere in comunione, condividere, dialogare, disuguaglianza…

Dimensioni queste che costituiscono il nostro pane quotidiano, perché è indubbio che ognuno di noi è incarnato in una fitta serie di relazioni che determinano reazioni diverse, dettate dalla nostra umanità.

In realtà, la nostra costante tentazione è quella di lamentarci del mondo e della società, perché diciamo di assistere a una serie di atteggiamenti, oppure che siamo vittime di atteggiamenti altrui, che scoraggiano per quanto sono carichi di egoismo, odio, durezza… naturalmente, esistono situazioni e fatti nel mondo che portano a convincersi che… no, non è possibile vivere da fratelli. Provate a chiedere a chi ha vissuto l’esperienza del campo di concentramento, guerre, inauditi atti di violenza di massa…eppure, sappiamo che alcuni protagonisti di certe esperienze hanno potuto realizzare la dimensione fraterna… e ce ne sono molti… come è possibile allora, a quale livello dobbiamo riferirci?

Guardando al titolo di questo incontro, la prima e unica risposta che mi sono dato è che l’esito dell’affermazione o dell’interrogativo dipendono solo ed esclusivamente da me. O meglio, la domanda va posta al mio cuore, perché è da lì che si stabilisce la possibilità di creare un rapporto di fraternità con chi e con ciò che mi circonda. Poi sposto la questione sulla mia famiglia spirituale…sulla famiglia francescana, alla quale è stato affidato un dono da offrire…

Con un po’ di timore e molta superbia e sfacciataggine, ho provato a confrontarmi con la Parola e con Francesco, seguendo un percorso che parte dagli spunti offerti dalla Genesi e passa per due brani evangelici.

Genesi:

se parliamo dell’essere fratelli, è inevitabile riferirsi alla dimensione originaria della fraternità universale, alla creazione, nella quale:

–        esiste una distinzione chiara tra Creatore e creato

–        ogni elemento del creato, in dipendenza filiale, è collocato in un contesto “armonioso”, nel quale originariamente tutti possono considerarsi in una dimensione di fraternità perché tutti figli del medesimo Padre

–        non esistono conflitti…fino alla disobbedienza…

 con la disobbedienza si rompe l’armonia del creato e, da questo peccato, nasce il desiderio malvagio di possedere, di avere il dominio su ciò che fino ad allora era dono e d’ora innanzi inizierà ad essere considerato proprietà.

La relazione con il dono del Creatore costituisce di per se l’innesco dell’inimicizia che, fate caso, costituisce il contrario del termine Fraternità che ho trovato sul vocabolario.

D’altra parte, cosa aveva realizzato Dio? È da Lui e in Lui che troviamo la realizzazione della fraternità.

Nel creato tutto era donato, tutto posto nelle mani e sotto il dominio dell’uomo, ma non nella sua proprietà, né ad uso egoistico e personale.

Il Signore costituisce un patto: tutto è donato, c’è semplicemente un ordine che va rispettato, una legge…

Eppure il tutto sembra non essere sufficiente, perché così come accade oggi, nel nostro cuore si insinua costantemente un desiderio di possesso che torna a rompere l’armonia del creato e col Creatore, ponendoci in una dimensione di peccato che determina l’inimicizia, quindi, impedisce di vivere da fratelli.

L’esercizio cui siamo chiamati quindi, è nel cercare di mantenerci nell’armonia originaria col creato a partire dalla relazione col Creatore, riconoscendoci figli di questo Padre amorevole che nulla fa mancare ai propri figli.

Il possesso non riguarda solo i beni materiali, c’è in noi il desiderio di essere migliori, di primeggiare sugli altri…

Nella Genesi, il racconto dell’esperienza fraterna tra Caino e Abele è molto chiara. Se in Adamo ed Eva sono loro a bramare potere, in Caino c’è l’atteggiamento di chi si sente derubato di qualcosa. La reazione di Caino nasce dalla gelosia e dall’invidia, dal fatto che Dio aveva lodato maggiormente Abele…

Caino si fa scuro in volto (quante volte diventiamo musoni, tristi, taciturni, ci sentiamo offesi…”lavoro tutto il giorno facendo sacrifici enormi e lo faccio in silenzio, non ho mai protestato né chiesto nulla…ora arriva il capo e da’ una promozione a questo che non ha fatto nulla più di me, anzi…”)

In quell’episodio, ciò che colpisce molto e ci interessa, è la domanda che Dio rivolge a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?” Il Signore lo sapeva bene cos’era successo, eppure richiama Caino a quel senso di responsabilità del fratello che dovrebbe appartenere a ciascuno nei confronti dell’intero creato, animato o inanimato, a maggior ragione dell’uomo, del fratello.

La risposta di Caino non poteva che essere questa: “Non lo so (dov’è Abele). Sono forse io il guardiano di mio fratello?”. Si disconosce così il proprio ruolo di custode del creato.

Ma cosa sono la gelosia e l’invidia che hanno mosso Caino e che continuano a punzecchiare anche noi?

La gelosia altro non è che l’atteggiamento di chi non si sente amato e vorrebbe che nessuno fosse amato. L’invidia, il non riconoscere i doni ricevuti e desiderare i doni che Dio ha concesso ad altri…come a dire: Dio ti sei sbagliato!

Ricordiamo questo: sentirsi amati!

Fatto sta che proprio nella Genesi vedo la dimensione perfetta della fraternità universale, il suo ordine, la sua armonia, eppure proprio lì dobbiamo scoprire ciò che ha rotto questa armonia e questo ordine…il peccato, la disobbedienza, l’infedeltà…

Ma il Signore, che ama il suo popolo ed è fedele al suo patto, non mancherà di inviare Profeti, fino all’estremo tentativo: l’invio del Figlio…

Percorso riassunto mirabilmente dal Vangelo di Marco:

Parabola dei vignaiuoli omicidi – Mc 12, 1-12

 “Un uomo piantò una vigna”: Israele suo popolo… “i servi”: i Profeti

Padrone della vigna: Dio

Vignaiuoli: il popolo chiamato a far crescere la vigna, quindi chiamato a collaborare

I frutti: fedeltà al patto, la pratica della legge, oggi potremmo dire: la fraternità, la possibilità di essere fratelli. Fratelli è possibile come frutto della vigna che ci è affidata.

Se ci ponessimo dalla parte dei vignaiuoli e ci calassimo nella scena della Parabola, ci accorgeremmo dell’esperienza vissuta da ciascuno di noi personalmente.

Siamo stati chiamati anche noi a lavorare in una vigna, che ci è stata affidata.

Poi ci vengono chiesti i frutti di questo lavoro… se in qualche modo riusciamo a dare testimonianza del carisma che ci è stato donato, se riusciamo a far risuonare con la nostra vita le parole e la vita intera di Francesco tra la gente e per le strade delle nostre città, nelle nostre case, nei nostri luoghi di lavoro…se riusciamo a dare testimonianza di Cristo.

Il rischio che corriamo è di dimenticare chi siamo e dove siamo, e soprattutto perché siamo, e il pericolo è di impossessarci noi stessi della vigna, di farne proprietà privata, bene esclusivo, terreno dalla siepe troppo bassa o troppo alta…

Nel brano del Vangelo, la siepe simboleggia la Torah, la legge, ciò che delimita la vigna e le impedisce di essere contaminata, violata, invasa…

Se togliamo Dio dalla nostra storia, le sue indicazioni, la Sua Parola, è come se togliessimo la siepe, e la vigna che ci è affidata smetterebbe di dare uva, di produrre frutti…allo stesso modo, una cattiva interpretazione della legge, un ossessivo ricorso alla legge – quella degli uomini – fatta di regole sopra e prima di ogni cosa, permetterebbe alla siepe di soffocare il vigneto, di rubarne il nutrimento e di renderlo sterile.

La conclusione della parabola è tragica: c’è il rifiuto dei Profeti, il rifiuto e l’uccisione del figlio (di Gesù), motivata dal desiderio di prendere possesso della vigna…fino a quando tornerà il Padrone: verrà e sterminerà quei vignaiuoli e darà la vigna ad altri…non vi nego che, da francescano, se provo a calarmi in questa parabola, se penso alla nostra vigna…un po’ tremo nel timore di non aver saputo accogliere il dono del carisma e di averlo fatto fruttificare, di aver estromesso Gesù, di averlo allontanato dal terreno, di aver abbassato o innalzato la siepe…di non riuscire a testimoniare che essere fratelli è possibile. Un po’ di timore mi viene quando vedo che il Papa affida uno stile francescano al mondo (non sarà che si sta affidando la vigna ad altri?), mentre i francescani continuano a discutere tra loro e a faticare nella realizzazione della vera comunione…

Osservate questo brano di Isaia e provate a collocarvi nella scena…:

Isaia 5,1-9

1 Canterò per il mio diletto

il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle.

2 Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti;

vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino.

Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica.

 3 Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda,

siate voi giudici fra me e la mia vigna.

4 Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?

Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica?

5 Ora voglio farvi conoscere

ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe

e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata.

6 La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni;

alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. 7 Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti

è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda

la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia

ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine

ed ecco grida di oppressi.

8 Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo,

finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese.

…solitudine… come inimicizia, come assenza di comunione, di relazioni, come a dire: essere fratelli non è possibile! Questa accade se la vigna smette di produrre uva, se i vignaiuoli se ne impossessano…

Ora è vero che la sorte del mondo non è affidata a noi, o almeno non solo a noi francescani, e che non è richiesto solo a noi di dare testimonianza di fraternità e di dimostrare che essere fratelli è possibile. Certo è che la nostra spiritualità è la spiritualità della fraternità, e che se si pensa a questa, immediatamente tutti pensano a Francesco, al suo e nostro carisma, che guarda al Cristo figlio.

Ecco, Francesco rimane il modello, la guida che ci aiuta a recuperare l’armonia originaria, ci suggerisce il percorso per relazionarci fraternamente con l’intero creato, ristabilendo la giusta relazione col Creatore…

Uno dei brani evangelici più cari a Francesco, che ne ha segnato l’esperienza, che conduce all’essenziale della sua risposta, è quello del “giovane ricco”, cui ho cercato di attingere per provare a dare la mia, la nostra risposta o comunque a tracciare un percorso che ci aiuti a confermare che essere fratelli per l’uomo oggi è davvero possibile, a patto che si guardi all’insegnamento di Cristo. È lui stesso che ci offre una relazione fraterna, permettendoci di beneficiarne e di offrirla agli altri.

Mc 10, 17-31

 Abbiamo davanti a noi un’immagine straordinaria di un Dio che ci lascia liberi di cercare, di amare, di crescere, di abituarci, rassegnarci, spegnerci; ma è anche un Dio che ci viene incontro…ed è questa la novità straordinaria del cristianesimo; non ci obbliga, non ci forza e non ci ricatta.

Si può vivere da buoni cattolici che osservano i comandamenti principali, oppure diventare discepoli. Senza nulla togliere a chi sceglie di vivere da buon cattolico, ritengo che a noi seguaci di Francesco, come per lui, sia stato chiesto di farci discepoli, ancor più perché abbiamo promesso di essere testimoni del Vangelo di Cristo.

–        L’incontro tra il giovane ricco e Gesù avviene per strada…

fatto essenziale, indispensabile. La fede non è statica, non è un blocco monolitico composto da tradizioni, regole, dogmi e dottrine da osservare. Gesù stesso è sempre in movimento (così dovrebbero fare i suoi discepoli), come Dio lo è, come il creato lo è, perché l’amore lo è.

Per questo, anche io, anche noi dovremmo essere sempre per strada, sempre in cammino, in ricerca. Per questo non possiamo pensare di vivere da discepoli stando “seduti” (non parlo solo dell’atteggiamento del corpo), comodi nelle nostre consuetudini. Come vivo la mia esperienza di fede? La mia vocazione? Sono in continua ricerca, in cammino? Pronto a sperimentare e ad oltrepassare i miei limiti? I miei ostacoli all’essere fratello?

–        Questo “tale” del Vangelo ha fretta…

sembra quindi un entusiasta, una persona che probabilmente ha vissuto un’esperienza forte di fede; come uno di noi quando sperimenta qualcosa di coinvolgente e molto stimolante, come quando andiamo ad Assisi o in Terra Santa, o un incontro che ci sollecita molto…

–        Vuole sapere cosa fare per avere in eredità la vita eterna…

o forse meglio la vita eterna, quella di Dio. E qui potremmo tornare alla Genesi: come recuperare quella dimensione; come condividere la vita di Dio, oppure come chiedere: Maestro buono, essere fratelli è possibile?

È  corretto pensare che innanzitutto si tratta di un dono, così come abbiamo visto nel dono del creato; quella dimensione, quell’armonia, è un dono…non esattamente un premio per i bravi e osservanti cristiani, ma una condizione a cui Dio vuole condurre ognuno di noi. La Fraternità universale è un dono nel quale Dio vuole condurre ognuno di noi, ce la propone e ce la affida.

Chiedere “cosa fare per”…il giovane punta al sodo, ma qui cade, dove rischiamo di cadere anche noi: cercare altre regole, prassi…

La risposta di Gesù aiuta a trovare la strada…fa fare il salto di qualità…ad andare oltre.

Prima lo aiuta a definire la persona di Cristo…buono perché le sue Parole vengono dal Padre…che solo è buono.

Poi gli chiede di osservare i comandamenti; nulla di difficile, qualcosa di adeguato alle sue forze, di accessibile.

Gesù sembra assecondare il giovane – che è uno rigoroso, attento al precetto – elencando però una serie particolare di comandamenti.

Dov’è la particolarità?

Gesù tralascia i primi comandamenti elencando solo quelli che riguardano il prossimo, come a dire e a rispondere che la pienezza e Dio si raggiungono solo attraverso l’amore al prossimo. Per noi, come a dire: essere fratelli è possibile solo attraverso l’amore al prossimo.

“Maestro, tutte queste cose le ho osservate sin dalla mia fanciullezza”

cosa potremmo rispondere noi? Vado sempre in Fraternità e partecipo a tutte le funzioni, processioni, ecc…

Eppure, come per il giovane ricco, potremmo avvertire in cuore una mancanza, un desiderio non soddisfatto…riconoscerci incapaci di testimoniare che essere fratelli è possibile.

Se seguiamo troppo l’osservanza formale e trascuriamo la bontà e la misericordia, rischiamo di offrire al mondo solo questa immagine di cristianesimo; immagine inaccettabile e non utilizzabile da chi soffre di un bisogno di senso che dovremmo poter saziare.

Gesù sembra venire in soccorso: guardandolo lo amò!

Ecco la risposta: Gesù mostra il bene concreto…gli indica la strada: incontrare l’amore di Dio. È lo sguardo che ha incrociato ogni discepolo…

Sentirsi amati…rende figli e fratelli, e lo rende possibile!

Come?

“Va, vendi tutto ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”: non gli chiede (non ci chiede) di liberarsi delle ricchezze, ma di condividerle, di trovare la corretta relazione con i beni, di accoglierli come dono e amministrarli, offrirli…

Ma se ne andò triste: il giovane se ne andò rattristato perché aveva molte ricchezze. Possedere rende tristi, e il triste fa fatica ad entrare in relazione, non crea fraternità. Era triste anche Caino…

Gesù chiede di considerare ricchezza solo ciò che si dona agli altri.

Ecco il segreto per rendere possibile la fraternità, per essere fratelli: non avere nulla di proprio, liberarsi delle passioni del cuore e far spazio a Dio. Riconoscere ogni cosa dono e vivere da creature libere, custodi del creato.

Pensiamo a Francesco e alla sua esperienza…sposo di Madonna povertà…povero di tutto ma ricco in Cristo…concretamente, non intellettualmente.

Fratelli è possibile, a mio parere è qui, equivale al passaggio nella nostra “norma di vita” in cui si dice che siamo chiamati ad essere perfetti nella carità. Ecco, si è davvero fratelli e si costruisce fraternità se si è perfetti nella carità.

D’altra parte, nel Vangelo di Matteo riferito allo stesso episodio evangelico, Gesù stesso dice: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» Come a dire: Se vuoi realizzare questa vocazione, se vuoi essere davvero fratello…va…

Suggerisco di soffermarsi su alcune scene del film “I Miserabili” con Gerard Depardieu.

Allora Gesù disse:….

(fratelli è possibile, si, ma è difficile, perché c’è bisogno di liberarsi dalle ricchezze, di farsi poveri, come Francesco).

Il problema non riguarda il portafoglio, o almeno, non è il denaro il problema, ma la generosità. Gesù non ce l’ha con i ricchi ma con gli egoisti.

Allora Pietro disse:…noi abbiamo lasciato tutto…e allora riceverete ORA il centuplo… Francesco: aveva capito, ha lasciato tutto, ed ha composto il “Cantico delle Creature”, perché già ORA ha ricevuto tutto, lasciando ciò che nemmeno era suo…ha liberato il cuore ed ha ricevuto gioia, insieme alle fatiche e persecuzioni che accompagnano ogni discepolo così come avvenuto a Gesù, ma è divenuto fratello…allora diviene possibile e si costruisce fraternità in relazioni libere, ORA, nelle quali non cerchiamo il possesso, non viviamo gelosia o invidia.

Prendere sul serio il Vangelo, passare dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo rende possibile la Fraternità, ma è un obiettivo che richiede prima di “uscire” alla ricerca di Gesù, abbandonarsi al suo sguardo d’amore, passare dalle regole alla bontà, fidarsi, liberare il cuore dal desiderio di possesso (denaro, beni materiali, affetti, Fratelli, Fraternità, ruoli, ecc…), fare della nostra vita un dono per gli altri…dona cento volte tanto…ORA…realizza fraternità…essere fratelli è possibile!

Si tratta di realizzare gesti concreti, non si diviene fratelli e non si costruisce fraternità nella teoria o nella psicologia, a parole. Così come la relazione con Cristo chiede concretezza, la concretezza attesa dal discepolo.

Dovremmo riflettere su ciò che ci rende tristi, che ci pone in una dimensione di inimicizia. E dovremmo valutare se e in che maniera la Fraternità, la nostra Fraternità OFS contribuisce a costruire la fraternità umana e a generare speranza attraverso la reciproca accoglienza dei suoi membri, a partire da una Relazione che educa alle relazioni.

Chiediamoci:

–  In Fraternità accogliamo l’altro e gli diamo un nome (cioè lo accogliamo per quello che è e gli riconosciamo pari dignità indipendentemente dalla propria storia)?

–  Diveniamo reciprocamente “sguardo” che conduce l’altro allo sguardo di Cristo?

–  riusciamo a vivere nell’amore senza desiderare di “impossessarci” di qualcuno o qualcosa?

–  siamo capaci di fare memoria dei doni ricevuti?

Il più piccolo conflitto, come la più grande guerra, nascono quando non ci si sente amati ed accolti e si cerca così di “rubare” per impossessarsi di qualcosa che riempia il “vuoto”. La Fraternità così, può farsi modello di accoglienza e condivisione a immagine della relazione fraterna cui ci invita Cristo; è in Lui e da Lui, dal suo sguardo che…essere fratelli è possibile. Non c’è altra via.

 

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